Al largo

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La casa in cui sono nato e cresciuto è stata venduta e non la rivedrò mai più. Dirle addio è stato triste, ma non doloroso come mi aspettavo. Mentre la lasciavo per sempre (ero risalito velocemente a leggere i contatori della luce, l’ultimo membro della famiglia a camminarci) i ricordi che ogni parete evocava non mi straziavano.
(come un leone che tenta di azzannare un fantasma – così un amico mi descrisse la depressione sotto l’effetto degli antidepressivi, e forse è qualcosa di simile)
E da quando l’ho lasciata ogni tanto mi preoccupa, questa mia serenità. Non me la spiego ed ho paura che sia solo apparente. Che la nostalgia e il rimpianto possano d’un tratto assalirmi a sorpresa, più acuti che mai. Come a ricordarmi che ho perso qualcosa di infinito.
L’altra sera a letto pensavo che è come nuotare al largo, rimanere a galla senza problemi ma comunque angosciarsi al pensiero di affogare – quando invece potrei andare dove voglio.
E questa sera penso che forse anche la casa era una metafora di cui non mi ero accorto.

 


Forse si diventa adulti

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Forse si diventa adulti quando il senso di ingiustizia per ciò che si ha ricevuto comincia a diventarci incomprensibile, come un idolo di gioventù, e lascia spazio a un desolante senso di colpa per ciò che si dà.

La sua presenza offendeva come quella di un cadavere

“Tacque per due giorni: se ne stava in cuccetta tutto raggomitolato, con lo sguardo fisso nel vuoto e i pugni serrati sul petto. Poi prese ad un tratto a parlare, e rimpiangemmo il suo silenzio. Il Kleine Kiepura parlava da solo, come in sogno: e il suo sogno era di avere fatto carriera, di essere diventato un Kapo. Non si capiva se fosse follia o un gioco puerile e sinistro: senza tregua, dall’alto della sua cuccetta vicino al soffitto, il ragazzo cantava e fischiava le marce di Buna, i ritmi brutali che scandivano i nostri passi stanchi ogni mattina e ogni sera, e vociferava in tedesco imperiosi comandi ad uno stuolo di schiavi inesistenti.
(…) In mezzo a noi, deboli e malati, ma pieni della letizia timida e trepida della libertà ritrovata, la sua presenza offendeva come quella di un cadavere”.
Primo Levi, “La tregua”

Dolcissima

Sono convinto che Esopo avesse scritto un seguito della favola “La volpe e l’uva”, andato poi perduto. Nel seguito, la volpe raggiunge infine l’uva, l’assaggia, scopre che è acerba ma dice a tutti che è dolcissima.

La mia salvezza

“Restavo lì, a letto, al sicuro, e mi sentivo tranquillo. E a volte dentro di me, in un angolo tranquillo, udivo una lieve risata di scherno. La capacità di percepirla fu, credo, la mia salvezza. Nel profondo della mia mente c’era sempre una voce calma e chiara, che mi diceva di non essere patetico, di non fare il melodrammatico. Spogliati, indossa il pigiama, va’ a letto. Al mattino alzati, vestiti e fa’ quello che devi. Udivo sempre quella voce, simile a quella di mia madre”.
Andrew Solomon, “Il demone di mezzogiorno”

Contraddizion che nol consente

Tra i sostenitori di Trump l’argomento di conversazione ossessivo è quanto ipocriti siano i liberal, che userebbero due pesi e due misure con Obama; tra i detrattori di Trump, la stoccata irrinunciabile è quella che evidenzia un’inconsistenza, come l’Arabia Saudita che non viene inclusa nel muslim ban. Bersani cambia idea sulle elezioni anticipate, e far notare questa cosa diventa la priorità di ogni renziano. Ci si inventa perfino categorie di persone ad hoc, per potergli assegnare contraddizioni: come “i radical chic che si indignano per la violenza sulle donne ma se lo fa un musulmano no perché è la loro cultura”.
È indicativo dei tempi che queste siano le armi dialettiche preferite nel dibattito politico: l’accusa di contraddizione è sempre un argomento ad hominem, l’argomento dell’avversario non viene mai realmente sfiorato. Perfetto per lo stadio.

A volte ci si sente in colpa

A volte ci si sente in colpa per non essersi sentiti in colpa. E tanto ci basta per non sentirci gli stronzi che siamo.