Dialoghi

Parlavo con la mia lucidità e mi diceva questo a proposito della felicità, che non si afferra. Che se la cerchi non la cogli con un movimento della mano e un atto di volontà. A dire il vero non è che mi stesse dicendo niente di originale, la mia lucidità, ma mi è piaciuta la metafora che ha usato. Diceva che riguardo alla felicità bisogna solo occuparsi di crearne le condizioni per accoglierla, senza rivolgerle il pensiero direttamente, come se aspettassi un ospite a cena e allora sistemi la casa e apparecchi, e indaffarato come sei smetti di preoccuparti per l’ospite che arriva. La mia lucidità non ha specificato se poi così la felicità arriva o, magari, non arriva ma tu scopri che l’azione, sistemare casa e apparecchiare hanno reso superflua l’attesa di alcunché di esterno. Magari, ho proseguito la metafora io, succede che quando hai tutto preparato ti ricordi improvvisamente che non stai aspettando nessun ospite, e allora ti siedi al posto che hai preparato e mangi. Ho guardato la mia lucidità tutto orgoglioso per questo finale zen.
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