Satiri infelici

Quello di Luca e Paolo a Sanremo è l’esempio deprimente di come la tv generalista vuole e definisce la satira politica. Un intero sketch di una comicità bipartisan intesa nel modo più grossolano e infantile, in cui a una battuta su Berlusconi deve subito corrispondere una simmetrica su Fini, Santoro o Saviano. E l’idea invece di una satira di parte costantemente presa in giro (Luca: “Non si può scherzare su di loro, sono i buoni, noi siamo pagati per scherzare sul cattivo”). Naturalmente il punto è un altro: l’obiettivo della satira è chi si merita di esserlo, l’umorismo mira a correggere (lo diceva Bergson) e solo in base a questo criterio dovrebbe scegliere chi prendere di mira.
Saviano che fa delle lunghe pause nei discorsi non mi fa ridere. Santoro che si lamenta della censura e poi continua ad andare in onda nemmeno (lui la censura l’ha subita e se continua ad andare in onda è grazie a un sentenza): in entrambi i casi manca il quid satirico, il difetto da correggere. Ma se il risultato di questa satira qualunquista fosse solo una satira che non fa ridere non sarebbe grave; il punto è che il principio “non ci sono né buoni né cattivi, solo personaggi con pari debolezze di cui ridere” va a ovvio vantaggio di chi ha debolezze ben più gravi di tutti gli altri, e che meriterebbe ben altra attenzione satirica anche solo per il fatto di trovarsi a Palazzo Chigi.
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