Madeleine

Mia nonna ci viene incontro all’ingresso, non si stacca da Franco, il compagno. Ci guarda, a me e mia sorella, un po’ incuriosita, un po’ confusa. Non è cambiata, sembra abbia raggiunto la sua forma definitiva e compatta in una bassissima e curva statura, la pelle aderente alle ossa, come a serena conclusione di un collasso centripeto. Mio padre, più avvezzo di noi, la saluta con disinvoltura e con la voce che usa quando parla ai bambini.
Poi il salone. La luce soffusa e concentrata in macchie separate, le pareti in mattone vivo, è un familiare museo di ricordi. Che sono stati miei solo in minima parte, e quando erano già ricordi di altri. Ce ne sono di cimeli qui dentro. Ad esempio il tavolino fatto di tronchi fossili, marrone scuro. E al centro del tavolino, fossili ancora più antichi, vitrei. Quelli intorno hanno milioni di anni, quelli al centro “miliardi”: così mi ricordo me l’aveva spiegata mia madre o l’avevo voluta capire io. Franco mette sul fornello un pentolino in cui poi immerge ben quattro bustine di infuso. “Viene fuori un inchiostro così” ride mio padre. Quando vengo qua io e Franco parliamo di libri. Capito davanti a quello poggiato su un tavolo, lui lo prende in mano e me ne parla, col suo fare aristocratico, un po’ effemminato, è così da quando lo ricordo. Parla lucido e colto. La sua guancia è leggermente ispida, il suo bacio è stato umido. Si imbarazza perché non ricorda il nome di qualcuno di famoso e si scusa. Il libro è un saggio sul brigantaggio nel Sud post risorgimentale, e allora gli parlo di un film che ho visto su quel periodo. Dopo qualche minuto scopro che non mi sta seguendo, pensa si tratti di un film sul fascismo, e allora lascio cadere l’argomento. Spero che nel silenzio che segue lui non stia pensando alla sua lucidità che cala.
Intanto mio padre e mia sorella parlano con mia nonna che sembra sia ossessionata da del pane sopra il forno. Franco glielo allontana, e lei comincia a insultarlo in quel suo modo di parlare che l’Alzheimer le permette, fluido e scorrevole ma composto di parole del tutto sconnesse. “Sembra di sentire un cazziatone in un’altra lingua”, osserva mio padre visibilmente impressionato dall’aspetto scientifico della cosa. Quando ci avviamo alla porta mia nonna si avvicina a mio padre per assicurarsi: “Poi ci rivediamo per controllare di aver fatto bella figura”, e la frase suona assurdamente logica e appropriata.
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