Buddha in pineta Sacchetti

Nella pineta dove vado a correre la domenica trovo sempre qualche popolo a far festa. I bengalesi fanno picnic faraonici con donne in variopinte vesti tradizionali, bambini che giocano a palla; tra le prospettive lunghe degli alberi sembra una di quelle feste nei parchi in cui predicava il Buddha. I filippini, più americanizzati, ascoltano musica e giocano a varianti postcoloniali del baseball, mentre gli adolescenti hipoppari se ne stanno in disparte a parlottare. I sudamericani sono meno numerosi, rimangono nel parcheggio del parco, si siedono sul ciglio del marciapiede, ascoltano milonghe e bevono Heineken (nel parcheggio c’è ormai un mosaico verde e lucente di tappi); le donne, veneri preistoriche (una preistoria Inca però), sono bellissime. Penso a come sarebbe più ricca la mia vita se trovassi il coraggio e il modo di inserirmi.
 Perché invece gli italiani che vengono qui sono senza speranza. Li vedi correre in solitudine, sudano e soffrono senza allegria, vanno avanti verso il sogno di un addome piatto che forse li aiuterà a rompere quella solitudine nella prossima vacanza. Oppure sono anziani dimenticati da figli e nipoti, seduti in panchina come lucertole, si muovono solo per fare la sponda con la vicina fontanella. Guardo loro e guardo me, e poi le folle festanti, e mi chiedo: chi ha davvero la carte per sopravvivere alla modernità?
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