L’abbigliamento del tesista (parte I)

Qualora vi interessi quello che segue è il racconto del mio breve viaggio (5 giorni) a Zurigo, che ho intrapreso per motivi di tesi. Ho cercato di scriverlo in modo che susciti il minor numero di “E ‘sti cazzi?” possibile, ma qualcuno potrebbe sfuggirvi comunque. E’ venuto piuttosto lungo quindi l’ho suddiviso in puntate; ho stimato che così il numero di lettori che abbandonerà la lettura prima di metà post dovrebbe scendere sotto il 90%.
 Qualora invece non vi interessi, quello che segue è il racconto del mio breve viaggio comunque.
 L’aereo decolla da Fiumicino e in una manciata di secondi ci siamo sopra: non me lo ricordo mai che il mare è così vicino.
O forse è solo che sono stanco. Sveglia alle sei per mettere le ultime cose in valigia e poi sul pullman che mi ha portato in aereoporto. L’ultima volta che mi ero svegliato alle sei gli italiani erano ancora berlusconiani. Sul pullman non ho dormito, l’autista era una donna sulla quarantina che ha parlato ininterrottamente tramite auricolare con una sua collega, Daniela, anche lei alla guida da qualche parte. Ha raccontato cosa ha fatto l’ultimo sabato sera (è andata in un locale in cui però era pieno di “ragazzetti” e “ragazzine mezze nude”, quindi non si sentiva a proprio agio; in più dice che queste cose vanno a periodi, ci sono volte in cui tutti ti guardano e altre in cui nessuno te se fila, e lo scorso sabato era una di quelle volte), poi si è unito alla conversazione pure Maurizio (“Maurizietto”) che l’autista era tanto contenta di sentire perché non si sentivano da un po’. “Maurizio è un tajo”. Secondo me c’ha una piccola cotta, per Maurizietto, ma non saprei, non sono mai stato bravo a capire queste cose. Quando scendo dal pullman la guardo e penso che i ragazzetti sono stupidi. E pure Maurizio.
In aereoporto c’è la libreria con più alta densità in Italia di libri di Barbara D’Urso. Anche alla luce di ciò elaboro una mia teoria: l’insegna dell’adiacente negozio “Good Buy Rome” non è un gioco di parole, ma proprio un errore di ortografia. (Decine di libri di Barbara D’Urso: cerco tra i quotidiani ma niente, altre pubblicazioni pornografiche non ce ne sono).
L’aereo parte con mezz’ora di ritardo. L’annuncio agli altoparlanti non parla mai di “ritardo”, informa solo che il volo partirà alle dieci, buttando lì l’idea che magari sei tu a ricordare male.
Nei bagni non ci sono fazzoletti né fohn: tu infili le mani in una fessura e un getto di aria a 100 atmosfere umilia sessualmente ogni traccia d’umidità. Ci si risparmia in carta, per non parlare di quanto ci guadagna l’Enel. (Una fessura con getto d’aria massaggiante: nessuno dice niente, nel bagno degli uomini ci si guarda solo per un attimo, è sufficiente).
Mentre aspetto davanti al gate vedo un prete a cui cade la giacca: dov’è il tuo Dio, adesso?
Volo con la Swiss. Sui monitor dell’aereo parte il video sui comportamenti da adottare in caso di emergenza. D’altronde questa è la compagnia aerea svizzera, le istruzioni non te le da la hostess in carne ossa ma un elaboratissimo cartone animato in computer grafica; perché in Svizzera sono ricchi, e sociopatici. A ricordare che anche in bagno è vietato fumare c’è la scena di un signore che con una sigaretta in mano arriva davanti alla porta del W.C., guarda il segnale di divieto e si da uno schiaffetto sulla fronte. Dopodiché ritorna al proprio posto con un sorriso largo e sereno, godendo della propria sottomissione a un insieme di regole che sono sopra di lui e che lo annullano in qualcosa di più grande. La Mitteleuropa già mi sta sul cazzo.
Certo ha i suoi vantaggi. Mentre atterriamo i monitor ci dicono già su quale nastro troveremo i nostri bagagli. A Fiumicino a quell’ora non si sono ancora organizzati su chi ruba cosa.
All’aeroporto di Zurigo chiedo una mappa della città a una ragazza del punto informazioni. So benissimo che è gratis, ma le chiedo lo stesso quanto viene, tanto per farle sapere quanto il resto d’Europa stimi la moralità degli svizzeri. (Dovrei rilassarmi, lo so).
Primo pranzo in terra svizzera: fast food norvegese in stazione. Perché quando viaggi devi provare cose nuove, e un bastoncino findus in un panino è una cosa nuova. Il Burger King lì di fianco no.
L’albergo. Lo sapevo ben prima di partire che l’albergo sarebbe stato materia da romanzo, ah se lo sapevo. E’ l’albergo più centrale di Zurigo e allo stesso tempo il più economico: una combinazione fatale che arraperebbe qualunque ufficio d’igiene. Secondo le recensioni online avrei dovuto portarmi l’antirabbica, ma una volta lì capisco che avevano esagerato, l’umidità di fritto e curry del ristorante indiano adiacente ha evidentemente sterilizzato. Sì, l’edificio è in comune con un ristorante indiano: c’è la sala con i tavoli, la cucina, il magazzino e un deposito spezie formato da varie stanze, che poi sarebbe il mio albergo.
L’albergo è a tema. Credevo ce ne fossero solo a Las Vegas, invece ce li hanno pure i ristoranti indiani. Il tema è il rock. Ogni stanza ha il nome di una rockstar o band (la mia è la stanza “Jefferson Airplane”). La moquette ha ricamata delle chitarre elettriche. Sui muri ci sono foto di tossicodipendenti. E questo è tutto, credo. Il gabinetto e la doccia sono in comune fuori dalla stanza, ma più che al rock ricollegherei ciò all’infima categoria dell’hotel (due stelle, ma la seconda assegnata “per incoraggiamento”). In compenso ho un lavandino accanto al letto, tipo carcere, suggestivo. Guardo la presa della corrente e mi rendo conto che in Svizzera hanno un attacco differente dal resto d’Europa. Accanto alla presa c’è un impeccabile cartello: per il convertitore “Ask to front office, 20 CHF”, circa 16 euro. Diocanaccio.
La finestra della camera è un abbaino. Mi chiedo come si presenti, visto da fuori. Magari è caratteristico. Mi fa un effetto strano, non poter sapere come è fatto l’abbaino in cui dormo. Una sensazione di sospensione.
Il pomeriggio vado al Politecnico, dove mi aspetta M., un ricercatore italiano che fino a questo momento ho sentito solo via mail. Citofono a M., e mi risponde una voce dall’accento indefinibile: vedi un po’, non me lo figuravo M. come un naturalizzato svizzero, e invece pare proprio che l’italiano non sia la sua lingua madre. Salgo e lo incontro di persona, e scopro che si tratta di sardo.
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