L’abbigliamento del tesista (parte II)

(Continua da qui)
M. si è trasferito a Zurigo da circa un anno. E’ molto amichevole, credo comprenda bene il mio disorientamento. Quattro chiacchiere e la confidenza è già a tali livelli che quando legge il software che ho scritto per la tesi mi copre di insulti. M. è un purista della programmazione, mi dà molti consigli utili ma il tono è quello di un musulmano sciita che si rivolge a Cicciolina. Alla fine mi converto, ma mi picco di tenere il cavallo.
In stanza con M. c’è R., un dottorando indiano naturalizzato canadese, arrivato qui a Zurigo dopo aver lavorato per anni come trader. Parla un inglese oxfordiano, è alto e robusto, sempre molto elegante. Insomma in questo racconto fa un figurone. M. mi dice che R. si è da poco sposato con una ragazza polacca che ha incontrato qui, e lo prende in giro perché quando ci parla al telefono sta sempre a dire “sweety”. Non ho modo di entrarci in confidenza ma R. mi trasmette tanto ottimisimo e serenità, penso ai suoi genitori partiti dall’India anni fa e a lui oggi qui, con un lavoro di prestigio e una moglie polacca che mi immagino bellissima e intelligentissima.
La sera M. mi offre un kebab in centro. Parliamo dei miei progetti del futuro. Voglio fare il dottorato? Ancora non lo so; mi spaventa la precarietà. “Be’ dipende molto da quali sono le tue aspirazioni, le tue passioni. Non so, sei uno a cui piace fare sport? Sei un appassionato di figa?”. La domanda è pertinente, scopro poco dopo, perché un suo amico dottorando era stato spedito in New Mexico dove la vita sociale era deprimente. Invece, ci tiene a specificare, a Zurigo le donne sono bellissime. “Sono anche disponibili?” “No no, assolutamente, svizzere e tedesche sono inavvicinabili”. A parte che come promoter del luogo M. fa cagare, questo fa crollare lo schema concettuale che mi ero costruito sull’antropologia femminile del nord Europa, che forse un po’ semplicisticamente collegava la secolare immunità dalla morale cattolica a una disinibizione sessuale selvaggia. Una specie di “Il protestantesimo e lo spirito del porno”. M. forse si accorge dello sconforto in cui mi ha gettato e si affretta ad aggiungere che ci sono anche molte ragazze erasmus, soprattutto spagnole. Già, per non parlare delle italiane che conoscono i dottorandi di Roma.
La doccia prima di andare a letto mi ricorda quelle piccole comodità di cui ci accorgiamo solo quando non abbiamo più: un qualunque ripiano per tenere i vestiti all’asciutto, ad esempio.
La mattina dopo me la prendo con calma: anche al Politecnico di Zurigo l’orario è quello internazionale dei fisici, entrata non prima delle 10. (L’uscita è un’altra storia). Faccio colazione davanti al mio lavandino da ergastolano con dei cantucci comprati a Fiumicino, perché sono terrorizzato dai prezzi di qualunque merce in questa città.
Per fortuna risparmio sui mezzi, dall’albergo arrivo in ufficio in un quarto d’ora di cammino. Ancora non ho descritto Zurigo. La città è molto caratteristica, sembra un paesino tirolese che d’improvviso ha trovato il petrolio e si è allargato a metropoli, dimenticandosi però di fare lo stesso con le vedute degli abitanti. Il centro storico impeccabile sembra fatto apposta per ricordarti che il tuo potere d’acquisto è una miseria. Il lago su cui affaccia la città è meraviglioso, allungato verso sud con le montagne innevate sullo sfondo. (Mi fa tornare in mente il film “Al di là dei sogni”, in cui diverse scene chiave sono girate intorno a un lago svizzero bello come questo. E’ un po’ drammatico, nei primi dieci minuti muore tutta una famiglia. Il protagonista era Robin Williams; lo preferisco quando canta).
Davanti l’ufficio incontro S., l’altro ricercatore italiano con cui ero in contatto da Roma, il capo di M. e uno degli ideatori del progetto che è diventata la mia tesi. Nella foto di 20 pixel su skype sembrava diverso. Ieri M me lo aveva descritto come un “animale da ricerca”, che a differenza di tutti gli ibridi tecnici-informatici-economisti arrivati in dipartimento dopo altre attività ha avuto sin dall’inizio le idee chiare su cosa gli interessasse. (La ricerca, appunto). (Più attenti, eh). Un suo recente articolo sulle dinamiche di controllo finanziario, che ha avuto un boom di citazioni in settori disciplinari diversi, credo sia la prova più interessante delle potenzialità dei metodi fisici in campo economico, oltre che una lettura da cesso seconda solo a Penthouse. Noto che S. ha una leggera cicatrice vicino il sopracciglio sinistro. Il dettaglio è irrilevante, ma mi conferma che non era il mio monitor a essere sporco.
S. mi presenta T., un dottorando belga che lavora a un progetto connesso al mio. T. ha un anno meno di me ed è già dottorando, è elegante e come se non bastasse parla un inglese fluente. Per compensazione in questo racconto va immaginato pieno di acne. T. ha radici variegate: è per metà spagnolo, e musulmano praticante. Però beve alcool; è l’unico precetto del Corano che viola, dice. Come i cattolici che fanno sesso con il preservativo, ma meno furbo.
Comunque è incredibile l’eterogeneità etnica che si incontra nel Politecnico: T., ad esempio, è un ingegnere informatico.
Oggi pomeriggio lavoro nell’ufficio di S. Io e T. stiamo a smadonnare ognuno sui rispettivi Pc. S. entra ed esce in continuazione, tutti lo cercano, è davvero un’autorità qui. Alla fine entra e guarda l’orologio: “Wow, 8 p.m. …. beer?”. Ci beviamo velocemente una birra sotto l’ufficio, insieme ad altri due ricercatori che S. è riuscito a staccare dalle postazioni, un tedesco e un brasiliano. Nel locale fa un strano effetto vedere noi nerd al bancone, e intorno ai tavoli tutta la elegantissima crème zurighese, gli uomini d’affari con le loro antipatiche svizzere inavvicinabili. La sensazione, indefinibile, è quella di trovarmi dalla parte giusta.
Subito dopo passiamo a un take away asiatico lì accanto, risaliamo in ufficio e ceniamo nella sala riunioni. Sono un po’ in imbarazzo. Il mio maledetto inglese scolastico non mi permette di parlare in modo disinvolto, il che sommato alla timidezza fa di me una specie di autistico sotto acidi che si tiene in disparte e ripete a intervalli regolari “The cat is on the table”. Gli altri ovviamente hanno tutti un inglese disinvolto. Si conversa del tipico argomento di cui si parla in un contesto internazionale: dell’internazionalità. Di usi e costumi dei rispettivi paesi, della differenza tra le lingue. Sembrano quei dialoghi tra Susan e Bill nel libro di inglese delle medie. (Bill di solito è di colore). E’ tutto un po’ autoreferenziale, l’internazionalità che parla di sé stessa. L’Italia mi va stretta spesso, per non parlare della retorica patriottica, ma altrettanto spesso mi infastidisce la vacuità dell’esterofilia. Anche per questo credo di non mostrare un grande entusiasmo per lo studio delle lingue o per la prospettiva di vivere all’estero. La barriera linguistica per chi non è madrelingua è tale, anche quando c’è molta pratica, da costringere alla superficialità molta della comunicazione, che senza accorgersene finisce per pescare concetti e luoghi comuni dall’inglese americano (esempio: per esprimere una gamma complessa ed eterogenea di qualità positive sei costretto a convergere su “cool”, che sembra stai girando uno spot della Coca Cola). Intanto S. mi sta chiedendo in inglese dove vado a sciare di solito.
Il gatto è sul tavolo.
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