Il salto

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Quando cerchi di imparare una nuova lingua, e sei immerso in quella nuova lingua, il tuo senso dell’umorismo cambia. Si fa più elementare, immediato, meno esigente di quando ascoltavi e inventavi battute nella tua lingua madre.
 Mi piace pensare che sia dovuto al meccanismo base del comico. Conta poco, al fine del successo di una battuta, il contenuto o l’idea che vi è dietro (chi o su cosa stiamo prendendo in giro, in sostanza); piuttosto importa come lo si comunica, e in particolare la brevità, la capacità di sintesi stigmatizzante ed ellittica. Facciamo ridere se riusciamo a dire molto con poco, in confronto alla comunicazione quotidiana e non comica. Se con la propria lingua madre questo lavoro sulla forma diventa sempre più sottile, con una lingua nuova si azzera il termine di paragone quotidiano, per cui qualunque minimo gioco di parole o allusione appena ammiccante scatena la risata: il surplus comico di comunicazione si ottiene con nulla.
 È bello e istruttivo. E rassicurante per chi, balbettando in una nuova lingua, prova solo frustrazione. Per ridere e far ridere non importa la profondità del concetto, conta solo ottenere il salto rispetto al quotidiano – che sia un quotidiano di dialoghi arguti o di banalità sgrammaticate, non importa. A prescindere da dove ti trovi, puoi ottenere ciò che più conta (il benessere della comunicazione) facendo sempre lo stesso sforzo.
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