I nonni del futuro siamo noi

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Quegli anziani che non imparano a inviare una mail o a usare il cellulare a volte mi esasperano. Mi dico che l’età non basta a spiegare tanta mancanza di elasticità mentale, che probabilmente dovevano essere un po’ lenti anche da giovani. Altre volte invece mi viene il dubbio: e se l’intelligenza non c’entrasse granché? Se davvero certi salti in avanti della tecnologia fossero troppo lunghi per chiunque, dopo una certa età?
È un’eventualità interessante perché personalmente mi risulta difficile immaginare tra 50 anni tecnologie tanto rivoluzionarie che io, ultrasettantenne dell’epoca, non riuscirò a capire e maneggiare. E vale per tutti: i film di fantascienza ci mostrano per lo più un futuro in cui la tecnologia è fantasmagorica, ma essenzialmente comprensibile – se non nel funzionamento, almeno negli scopi e negli utilizzi: astronavi supersoniche,  ologrammi, supercomputer. Tutte iperboli di qualcosa che già esiste. Tutti strumenti con cui noi, utilizzatori di touch screen e voli di linea, potremmo interfacciarci.

 Ma è ingenuo pensare questo. Per cui la domanda è legittima: la macchina da scrivere sta al tablet per il nonno come per noi il tablet starà a… cosa esattamente?  L’esperimento mentale è interessante.
– Ok ora prendila, nonno.
La voce di mio nipote mi arriva lontana, ovattata. Non so se è per il casco che ho addosso o per la connessione neuronale che si è appena attivata. Non lo so, è la prima volta che provo quest’affare.
– Ma non la vedo.
Cerco nella nuvola di parole tridimensionali che si muovono davanti a me, ondeggianti come sulla superficie dell’acqua. Ognuna ha un colore e dimensioni differenti.
– Certo che non la vedi, devi prima volerla afferrare. Te l’ho spiegato già…
Il tono di mio nipote è leggermente spazientito. Lo preferivo poco fa, quando era canzonatorio.
– Va bene scusa. Dunque, un attimo, fammi concentrare.
– Non devi concentrarti nonno, devi solo voler afferrare la parola.
– Ascolta ragazzo, se ti dico che mi serve un attimo mi serve un attimo.
– Ok ok, scusa.
Mi concentro, ma non succede nulla. Che significa, “devi volerla afferrare”? È evidente che la voglio afferrare. Alzo lo sguardo, sopra di me si è stazionato un “Sign out” grande come una utilitaria. Va bene, forse i miei desideri non sono al 100% chiari a me stesso. Muovo il braccio come a scacciare un insetto, e il “Sign out” scivola via, lasciando il posto al nome di mio figlio.
– Ecco, l’ho trovata.
– Bene. Ora se afferri la parola e fai come ti ho detto, papà riceverà il messaggio.
Afferro la parola e faccio come mi ha detto: per comunicare il luogo e l’ora dell’appuntamento trascino sul nome di mio figlio immagini e suoni che il programma mi suggerisce e che estrae dal mio database di associazioni semantiche. Sono 50 anni che uso i social network, il database è bello ricco (ma quello di mio nipote è già il doppio). Infine muovo le mani sulla parola, modellandola e cambiandole colore – non ho capito se serve per firmare o per dare un registro emotivo al messaggio. Non l’ho capito, ma non saprei neanche come chiederlo e non chiedo.
Intanto mio nipote ha indossato il suo casco e sta parlando di me con i suoi amici. Me ne accorgo perché in alto appare la parola “Nonno” in una forma grottesca, goffa. È tanto in alto che a malapena riesco a leggerla, e continua a salire, e già so che tra poco non la vedrò più.

 

 

 

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