L’istituto del referendum è una cagata pazzesca

Sono giunto alla conclusione sagacemente riassunta nel titolo nel corso di questo ultimo anno. Nel 2016 ho visto succedersi in Europa tre referendum (trivelle, Brexit e riforma costituzionale), uno più sciagurato dell’altro (sciagurati a prescindere dal loro esito individuale, come proverò a spiegare).
Il fatto che il referendum sia l’unico strumento di democrazia diretta l’ha trasformato in un feticcio ideale la cui democraticità è indiscussa e indiscutibile. Eppure ha tre enormi limiti (che non sono certo il primo a rilevare).

Prima di tutto, la domanda che rivolge agli elettori è preconfezionata, non negoziabile. Questo rende di fatto l’esperienza di “democrazia diretta” ben poco diretta. In politica come nella vita la domanda è molto più importante della risposta (mi si perdoni la banalità new age); la domanda sceglie il problema a cui dare priorità e lo inquadra sotto un punto di vista che già non è di per sé neutrale. Il quesito nel referendum delle trivelle non aveva nulla a che fare con le trivelle o con la politica ambientale dell’Italia, ma con una resa di conti tra alcune regioni e il governo. Un Sì alla riforma costituzionale non renderà necessariamente l’Italia più moderna né più autoritaria, servirà principalmente a cambiare l’equilibrio tra  le forze politiche. Il problema è che nella frenesia della campagna referendaria tutto questo passa in secondo piano, e ognuno si adatta alla cornice che è stata imposta all’inizio, in fondo convincendosi che la domanda iniziale è una domanda sensata o perfino pertinente alle proprie priorità. Un immenso spreco di energie e di bile. Amicizie rovinate e senso di comunità indebolito per nulla.
Il secondo problema riguarda la brutalità della risposta richiesta all’elettore, “sì” o “no”. Le questioni complesse non hanno risposte semplici. Questa forzatura impoverisce moltissimo la mia libertà di esprimermi, mi costringe su una posizione estrema che magari non condivido. Il referendum su Brexit è emblematico: si è ridotto a una scelta binaria una scelta che è in realtà uno spettro (hard e soft brexit, con tutte le sfumature intermedie; senza contare le diverse posizioni tra chi voleva rimanere). Non è solo un problema di principio, ma pratico: ora il governo britannico non ha un piano di uscita dall’Europa perché effettivamente non era quella la domanda posta agli elettori, per quanto folle questo possa sembrare. Un secondo referendum sulle condizioni dell’uscita sarebbe sacrosanto, perché aggiungerebbe qualche casella in più a quella ridicola scheda di Giugno. La soluzione a questo paradosso ci sarebbe in realtà, si chiama democrazia rappresentativa: le diverse posizioni vengono rappresentate da altrettanti partiti che poi generano una posizione comune frutto di un negoziato. Ma oggi questi verrebbero considerati “giochi di palazzo” o “inciuci”, tradimento della volontà popolare – anche quando (più o meno sempre) una singola volontà popolare non esiste.
Questa pericolosa idealizzazione della volontà popolare (che dà per scontata un’impossibile unità atavica e spirituale del “popolo” che secondo me è la vera definizione di fascismo; chi ha orecchie per intendere intenda) si collega al terzo punto, l’incontestabilità del risultato. Una legge fatta dal Parlamento può essere cambiata nella successiva legislatura senza che nessuno gridi allo scandalo; modificare una legge dopo che è stata approvata/abrogata da un referendum è invece visto come un attentato alla democrazia. Questo è ridicolo, le posizioni degli elettori sono in continuo mutamento. E anzi una legge parlamentare, frutto di un compromesso, è molto più probabile che rispecchi ancora l’equilibrio degli interessi in campo dopo 5 anni piuttosto che il risultato di un referendum, che essendo binario è molto più sensibile a fattori aleatori durante la campagna (e senza contare il peso sul risultato delle forzature di cui al punto 1 e 2). L’idealizzazione del risultato del referendum è in particolare pericolosa quando in gioco ci sono i diritti civili e delle minoranze: siamo (quasi) tutti contenti che in Irlanda gli elettori hanno approvato i matrimoni gay, ma se invece avessero vinto quelli contrari il referendum sarebbe stato un chiodo sulla bara dei diritti – un chiodo sacralizzato dalla “volontà del popolo”.
Questi i tre motivi per cui considero l’istituto del referendum più nocivo che benefico per la vita democratica. Si sarà notato come in nessuna parte abbia usato l’argomento “perché il popolo è stupido e ignorante”: argomentazione sempliciotta e superficiale. Starebbe bene su una scheda referendaria.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: